ZK

Una volta c’erano sfere e tarocchi, Nostradamus o, per i più tradizionalisti, i futuri e i presenti raccontati dalle grandi religioni di massa. A volte ci prendevano, spesso no, ma la cosa contava poco perché il ritmo del cambiamento rendeva il più delle volte gli errori e i ritardi recuperabili. Oggi è sempre meno cosi’. Oggi non vediamo accadere cose necessariamente così diverse nelle loro dinamiche da quelle che hanno visto i nostri predecessori. Quello che veramente è cambiata è la velocità a cui questi cambiamenti avvengono. Oggi fare errori e’ sempre più rischioso perché potrebbe non esserci più il tempo recuperare e fare meglio. Lo abbiamo visto con le grandi crisi finanziarie e, più recentemente, con la pandemia del Covid-19. Ed è per questo che da alcuni anni sta crescendo l’interesse verso alcune correnti scientifiche che ci permettono di poter essere più precisi di Nostradamus o della Luna Nera nel capire il presente che attraversiamo e il futuro che ci aspetta. Future Science, Complexity, ma anche le grandi scoperte nel campo delle scienze cognitive e tutti i vantaggi (e i grandi rischi) portati dall’avvento dei Big Data.

Per molti tutto questo è pura fantascienza, oppure semplice ostrogoto. Ed e’ qui che arriva ZK.

Certi concetti e correnti scientifiche spesso sono infatti molto più semplici se spiegate attraverso i giusti strumenti e il giusto linguaggio. ZK nasce dall’esperienza di un umanista approdato a queste scienze da semi-analfabeta matematico e che in molti casi, e dopo molti sforzi, si è ritrovato a pensare: “questo concetto l’avrei capito molto più facilmente se me l’avessero spiegato con Star Wars!”.

ZK è quindi proprio questo: un portale di “traduzione” di alcune branche scientifiche sempre più fondamentali attraverso un linguaggio semplice e pop, scritte da qualcuno che le ha dovute imparare col metodo più difficile (e non lo augura a nessuno).

Chi sono:

Sono un ricercatore specializzato in analisi previsionale politico-economica con un passato da analista sulla regione mediorientale per università, think tank e alcune grandi testate giornalistiche. Al momento però elaboro previsioni per una grande agenzia delle Nazioni Unite. Quest’ultima scelta professionale mi ha imposto un po’ di restrizioni sull’uso del mio nome (nella foto mi vedete, irriconoscibile, mentre fisso le formule per un modello agent-based) e, soprattutto, di dover rinunciare a malincuore alla maggior parte delle pubblicazioni sui temi di cui ho scritto in questi anni, a cominciare ovviamente da quelli più politicamente sensibili come la politica mediorientale. Un malincuore alleviato ogni mese all’apertura della busta paga, ma nondimeno presente, perché in fondo scrivere mi piace e, ho sempre sospettato, perché è anche una sorta di esercizio di autoterapia (che è diverso dalle seghe mentali, ma non so spiegare come). Ad ogni modo, essendo rientrato nella vastissima schiera di coloro che in qualche modo ritengono di aver qualcosa da scrivere al mondo ma non lo possono fare (per propria scelta o, come molto più spesso accade, per scelta degli altri) ho preso una decisione assolutamente inedita, originale, e probabilmente rivoluzionaria: aprire un blog.
In realtà non è la prima volta che prendo l’idea in considerazione. Nel corso negli anni la magnetica attrazione per uno spazio assolutamente autoreferenziale potenzialmente popolato da un esercito di lettori tanto sparuto quanto apprezzante mi ha portato spesso vicino a questa decisione (o a intraprendere una carriera accademica, oppure a fondare un partito di sinistra). A più riprese sono perfino arrivato a proporre l’idea a diverse testate, piccole e grandi, ottenendo invariabilmente una delle seguenti tre reazioni: quelli che non rispondevano neanche alla prima mail; quelli che ascoltavano distrattamente per poi replicare “se vuoi fare il blog fai Medio Oriente e non rompi i coglioni”; e i miei preferiti, ovvero quelli che dopo avermi chiesto di spiegare meglio l’idea la chiudevano con una risata.
In effetti qualcosa l’avevo anche già pubblicata su Medium, con scarsissimi risultati di pubblico. Il che, unito alla risata di coloro a cui avevo proposto l’argomento, avrebbe forse dovuto portarmi verso una certa conclusione sulla bontà dell’idea. Ma, come si dice, due indizi non fanno una prova, e inoltre ho sempre avuto la sensazione, spesso comprovata da altre esperienze a cui ho assistito, che in fondo l’idea fosse un po’ troppo originale per la media uniformità di pensiero del settore, ma nondimeno vincente (oppure che la mia attrazione per quello spazio di assoluta autoreferenzialità prevaricasse ogni evidente buon senso, ma voi per adesso andate con la prima opzione).
Il fatto è che, pur avendo scritto perlopiù di Medio Oriente e geopolitica in generale nella mia attività “pubblica”, da parecchio tempo sia per il mio dottorato sia per le mie attività lavorative mi sono spesso dovuto occupare di temi assai diversi dalla politica mediorientale, come lo studio dei sistemi complessi, le scienze cognitive e le metodologie di forecasting. Specialmente i primi due sono temi che ho intrapreso all’improvviso durante il mio dottorato, cambiando radicalmente il tema della mia tesi in corso d’opera per una fulminazione improvvisa e ancora misteriosa perfino per me, e all’infuori della mia piccola attività accademica li ho sempre tenuta lontani dalle mie altre attività più “visibili” come i siti porno che gli adolescenti preferiscono tenere nascosti dallo sguardo dei genitori. Il mio primo lavoro pubblicato su una rivista accademica è un proprio un modello agent-based, ovvero uno studio di sistema complesso che nulla ha a che fare col Medio Oriente (e se non lo dite a nessuno ve lo faccio vedere di nascosto).
Col tempo mi sono reso conto però che i sistemi complessi, soprattutto quando uniti alle metodologie di forecasting, sono (o dovrebbero essere) di grande interesse, soprattutto in questi tempi in cui quando non ci sentiamo in balia di uno sconquasso economico o di una potenziale terza guerra mondiale ci ritroviamo chiusi in casa in quarantena a causa di una pandemia globale. Capire le dinamiche del nostro presente e i futuri possibili che possono generare è quel tipo di cosa che oggi dovrebbe essere guardata con interesse, anche più del porno, anche solo per un salutare istinto di autoconservazione. Il nodo principale, però, è che in alcuni casi sono temi molto difficili.
Approcciarli venendo da un percorso da umanista è stato a tratti da incubo. E non era solo per gli argomenti, spesso oggettivamente complessi, ma anche per il tipo di linguaggio e il tipo di logiche utilizzate per spiegarle. Ho imparato che uno dei motivi della grande incomucabilità fra branche scientifiche è indubbiamente il gergo, e ancor più i percorsi mentali a cui ci si abitua fin dall’inizio. Gli stessi concetti, mi sono reso conto a posteriori, li avrei capiti molto più facilmente se mi fossero stati spiegati in un linguaggio più vicino a quello con cui mi sono formato, e sarebbero ancora più largamente comprensibili se fossero spiegati attraverso esempi di cultura pop.

Insomma, l’idea di questo blog è invece provare a parlare di certi temi, non certo semplici per loro natura, attraverso un linguaggio e riferimenti culturali quanto più accessibili, perlomeno per coloro non troppo lontani a me per età anagrafica (quelli molto lontani, specialmente se perché più giovani, invece mi stanno istintivamente sulle palle e quindi che fatichino di più).
Il nome che ho scelto è ZetaKappa, ovvero il nomignolo di Zona Krasta, crew hiphop dalla parabola assai breve fondata da alcuni ragazzi che frequentavo da adolescente e che ha ispirato il primo pezzo che ho scritto di questo genere (e che trovate nel blog). Zeta Kappa, come ogni bravo prodotto orribilmente tecnologico e capitalista ha anche la sua newsletter (a cui potete iscrivervi dal sito) e i suoi account social (imitando Chiara Ferragni, Facebook e Instagram, e imitando l’Ayatollah Khamenei pure Twitter)
Insomma, tutta questa manfrina per invitarvi a dare a ZetaKappa una chance seguendone la pagina e dando un occhio ai contenuti. Oppure no, se siete proprio delle brutte brutte persone. Io vi vorrò bene lo stesso.

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