ZK

“Zona Krasta” era il nome di una “crew” — un gruppo di persone che fa cose hiphop — fondata da alcuni ragazzini che frequentavano la mia stessa scuola superiore. “Krasto” in slang milanese vuol dire qualcosa tipo “figo” o “ganzo”. C’è da dire che probabilmente “Zona Figa” sarebbe suonato a molti più promettente, ma le misteriose vie del marketing a quell’età sfuggivano ai più.

Le attività dei “zonakrastiani” si risolvevano sostanzialmente in “tag” sui muri limitrofi alla scuola, qualche improbabile mossa di break-dance, e la composizione di canzoni in rima che parlavano risse a cui nessuno aveva mai partecipato, sparatorie che nessuno aveva mai visto, e fighe che nessuno si era mai fatto. “Dei veri sfigati”, pensavamo io e miei compari prima di andare a chiuderci per interi pomeriggi in una stanza piena di maschi a giocare a Dungeons & Dragons.

Oggi però vale la pena rivedere il micro-fenomeno storico del “Zonakrastismo” sotto una luce più scientifica.

Il ZonaKrastismo è quello che oggi in sociologia verrebbe definito un insieme di “Collective-action frames” (dall’inglese frame, “cornice”). Questi “collective-action frames” sono in pratica filtri interpretativi della realtà che aiutano un individuo a identificare il suo prossimo e ad auto-identificarsi nella massa degli altri esseri umani al fine di coordinare le proprie azioni per obiettivi comuni. Spesso una persona ha a disposizione numerose possibili identificazioni più o meno improbabili (Italiano, Europeo, di razza bianca, milanista, membro della Squadra Rossa di Pokemon Go) e sceglie quella nella quale sente di poter aver il maggior riconoscimento da parte di altri esseri umani e che meglio si presta alla soddisfazione dei propri bisogni. Nel caso dei zonakrastiani, si trattava, come per la maggior parte di noi, di soggetti dai voti scolastici bassi, con non troppi soldi in tasca, grande ignoranza socio-politica, scarsa avvenenza fisica e disperante senso di forzata astinenza sessuale (col senno di poi piuttosto comprensibile viste le caratteristiche di cui sopra). Cosa fa un essere umano di 16 anni se si sente condannato dai criteri della realtà “mainstream” (voti scolastici, prestanza fisica, conto in banca, conoscenza dei grandi misteri delle copertine degli album dei Pink Floyd dal grande potere afrodisiaco) a una posizione molto svantaggiata e quindi all’astinenza sessuale? Semplice: inventa un’altra realtà. Una realtà in cui è krasto e “va a comandare”. C’è un unico problema di questa trovata geniale, un problema che hanno dovuto affrontare tutti i creatori di realtà alternative e auto-edificanti, da Mosè fino all’inventore del primo fan club di Star Trek: l’arduo compito di convincere altri individui a credere alla propria versione della realtà (e convincere altre persone non fuori di senno che un phaser è più figo di una spada laser).

Non c’è storia..

A questo fine la soluzione più ovvia è organizzarsi in gruppi di simili, composti da altri individui che hanno le stesse caratteristiche e che dalla nuova visione della realtà trarrebbero come noi un indiscusso vantaggio. Più gente ci crede, più una certa visione del mondo diventa convincente.

Con questi individui simili è necessario creare nuovi criteri di filtraggio del reale e di classificazione valoriale bene/male. Picchiare tamarro=buono, prendere 8 in latino=sfigato, saper imitare con le corde vocali i battiti di un sintetizzatore=maschio-alpha. Per esempio, uno dei leader dei zonakrastiani era diventato tale incutendo rispetto nel resto del gruppo in quanto si era “calato a 13 anni” (calare=assumere droghe sintetiche). Un atto che secondo ogni parametro medico ed evolutivo classificherebbe un soggetto nel sottogruppo dei “totali imbecilli” ma che grazie alle funamboliche capacità inventive del cervello umano era diventato ciò che designava il maschio-alpha del gruppo (ancora più dell’imitazione del sintetizzatore).

È chiaro che per i zonakrastiani l’obiettivo dell’intera operazione si riduceva sostanzialmente a “trovare quante più ragazze possibili”, convincendole della bontà della loro visione del mondo nella quale ingurgitando pasticche e imitando sintetizzatori il zonakrastiano diventa bello e desiderabile. Obiettivo peraltro presto ridimensionato, visti gli scarsi risultati, e riformulato in un più umile: “trovarne almeno una che respiri”. Che comunque era più di quanto normalmente rimediavamo noi con approcci un po’ troppo criptici tipo “Hey, lo sai che sono un mezzelfo-mago di settimo livello?”.

Nella storia, però, la stessa dinamica, identica ma in scala molto più grande, ha creato quei sensi di appartenenza e quelle realtà condivise che hanno mosso grande parte delle vicende umane. Anzi, secondo l’antropologo israeliano Yuval Noah Harari, la capacità di inventare stronzate allo scopo di unificare quanti più individui è stato ciò che ha permesso all’Homo Sapiens di sopravvivere all’età della pietra nonostante la corporatura oggettivamente esile e un enorme cervello dal valore evolutivo apparentemente inutile. Non solo. Inventarsi sensi di appartenenza sarebbe ciò che ha permesso ai sapiens di coordinarsi in numeri superiori alle 150 unità (il numero massimo tipico in cui si riescono a organizzare i grossi primati, compresi i primi ominidi e i leghisti) e prevalere sugli altri ominidi che popolavano il mondo prima della sua apparizione. Nonostante alcuni di essi fossero, come il Neanderthal, fisicamente più prestanti e dotati di un cervello più grande. Rimane tuttora un inquietante mistero il motivo per cui i nostri avi abbiano sentito l’impellente bisogno in pochi millenni di sterminare tutti gli altri ominidi che popolavano la terra, come se un giorno gli asini decidessero improvvisamente di coalizzarsi in grandi gruppi e di sterminare tutti gli altri equini perché “quei spilungoni dei cavalli ci stanno sulle palle”. È qualcosa che apre inquietanti interrogativi sulla natura ancestrale della nostra specie, ma che non approfondirò in questa sede.

Insomma, la fantasia — ovvero la capacità di inventare illusioni e di condividerle con altri — sarebbe stata la prima arma bellica dell’umanità. E ha continuato a essere la più efficace.

Man mano che l’uomo si è sedentarizzato e ha cominciato ad abitare in centri popolati da numeri di altri sapiens sempre più grandi le credenze comuni hanno infatti dovuto diventare sempre più sofisticate per poter dare un senso al fatto che persone che non si erano mai viste — e che probabilmente non si sarebbero mai viste — continuassero a lavorare a un obiettivo comune. Se quindi quando si trattava di coordinare qualche centinaio di cacciatori-raccoglitori era sufficiente inventarsi due cazzate sullo spirito degli antenati, la comunanza di sangue, quanto è krasta sta zona ecc. ecc., qualche millennio più tardi è diventato necessario inventarsi illusioni molto più arzigogolate: Pantheon pieni di dei capricciosi che picchiano, si accoppiano e organizzano guerre per ingannare il tempo, il Faraone Dio figlio del gestore del paradiso che se non fai come dice lui quando muori son cazzi amari, o l’appartenenza per diritto di nascita a un popolo che per ragioni misteriose è il preferito del Signore mentre gli altri gli fanno schifo. Oppure concetti più terreni ma non meno mobilitanti come “Califfato”, “Chiesa universale”, “spirito della patria” o “Lato Oscuro della Forza”. Senza questi concetti nessuna di tutte le migliaia di armi inventate in seguito — dalla punta di selce alla bomba nucleare — avrebbero potuto essere create. Un esercito nazionale che incorpora milioni di uomini in vari compiti non può funzionare senza il concetto di “patria comune” o “religione comune” (o entrambe le cose) e neanche può portare a termine la progettazione e la costruzione di armi sempre più sofisticate.

Ma coordinarsi al fine di auto-governarsi e trucidare altri milioni di individui non è il solo uso che gli esseri umani fanno nei millenni della loro capacità di inventare illusioni collettive. Una visione condivisa della vita, e di ciò che c’è dopo la vita, ha anche l’altra fondamentale utilità di calmare la nostra continua e terrificante consapevolezza di dover morire. Secondo alcuni psicologi, gran parte della continua “costruzione di senso” operata dal cervello umano servirebbe proprio a calmare la nostra perpetua irrequietezza dovuta alla consapevolezza unica del genere umano di essere irrimediabilmente tutti destinati a morire. E di non sapere né quando né come.

Certo, ci sono momenti storici — pochi a dire il vero — in cui le capacità illusionistiche del nostro cervello sono servite anche a bloccare i nostri istinti distruttivi. O almeno a limitarli. Il periodo storico che abbiamo vissuto dalla fine della Guerra Fredda è stato, soprattutto in Europa, uno di questi periodi di grazia. Abbiamo creato concetti nuovi, altrettanto inesistenti ma almeno utili, come i Diritti Umani e la loro inviolabilità. Concetti dotati di un universalismo unico, che per una volta cercava di trascendere milioni di illusioni collettive diverse (puoi continuare a credere che la tua patria sia la più figa della terra, che un tizio morto e risorto dopo tre giorni verrà a giudicarci tutti o che un mercante arabo del sesto secolo con la passione per la poesia abbia fatto un salto da una roccia a Gerusalemme per andare da Dio a farsi spiegare che devi pregare cinque volte al giorno e che le costine di maiale sono sataniche. Ma almeno su questi principi possiamo essere tutti d’accordo, sì?). Abbiamo deciso che malgrado ciò che dice Conan il Barbaro, conquistarci a vicenda come abbiamo fatto per decine di migliaia di anni non è necessariamente “bene”. Infine, abbiamo cominciato a usare le nostre doti per scopi poco bellici e più riproduttivi come il Zonakrastismo.

Abbiamo, soprattutto, per qualche sprazzo di tempo trovato la capacità di guardare agli altri, o almeno a molti di loro, puramente come esseri umani, senza i filtri che ce li hanno sempre fatti vedere come membri di gruppi diversi, probabilmente pericolosi. Con curiosità e spesso con fascinazione, senza la paura che esistessero per ucciderci o che in qualche modo tutto questo portasse alla fine di tradizioni di cui in fondo sentivamo sempre meno il bisogno. Potevamo in massa imparare l’italiano dimenticando il dialetto e, chissà, prepararci un giorno a imparare un’altra lingua ancora più diffusa dimenticando l’italiano. L’illusione dello stato nazione che aveva guidato le azioni di migliaia di noi, spesso gli uni contro gli altri, stava cedendo il posto a un’idea se non universale, quantomeno molto più grande: quella Europea.

Il problema è che l’illusione di principi universali sottesi alla globalizzazione è una cosa che amano tutti a parole ma altrettanti, forse di più, distruggono nei fatti. Da destra, da sinistra e dall’interno. Da destra, perchè l’esistenza stessa di un’idea “di destra” è legata fatalmente all’esistenza di un “noi” contrapposto a un “loro”. In fondo la contrapposizione rende tutto più semplice. Anche ai tempi del passaggio da illusioni semplici, a misura di tribù (spiriti degli antenati, comunanza di sangue), a illusioni sofisticate a misura di imperi (Pantheon di dei, lunghe mitologie complesse, gerarchie complicate ecc.) molti si saranno sentiti smarriti, preferendo comprensibilmente prendere a colpi di clava lo scriba saputello che veniva a parlargli del Dio-Faraone e del Paradiso di Osiride.

Ma tutto questo è attaccato anche da sinistra, nella quale la difesa a oltranza della differenza culturale è diventata un inalienabile valore primario (soprattutto da quando il baricentro della sinistra è passato dalle Case del Popolo alle spiaggie di Capalbio). Soltanto al terzo Negroni sotto il sole d’agosto di un’esclusiva località balneare toscana si può pensare davvero che si possa capirci tutti l’un l’altro continuando a parlare tutti il nostro ancestrale dialetto IGT. O che esistano davvero “culture originarie e immutate”(culture che, se solo questi abbronzati intellettuali potessero, metterebbero in uno zoo per poterle visitare di tanto in tanto e postare a oltranza commossi status di facebook sulla bellezza della cultura altrui e su “quanto l’uomo bianco è razzista con questi buoni selvaggi”) che bisogna proteggere dall’orrenda carica di principi universali e trascendenti.

Infine, i principi universali sono stati traditi dagli “insider”, ovvero da coloro che ne sarebbero dovuti essere i primi sostenitori. L’Occidente, che per qualche incidente storico è il luogo dove questi principi hanno avuto origine è stato anche un luogo dove questi principi sono stati spesso traditi. Ovviamente altri stati del mondo, dalla Russia alla Cina passando per il mondo arabo (anche e soprattutto stati non alleati dell’Occidente, che ne dica Fulvio Scaglione) in massacri, violazioni, torture e prevaricazioni ci hanno dato dentro molto di più rispetto a qualunque stato occidentale. Ma certamente il fatto che in questo sport al ribasso l’Occidente non sia stato da meno non ha contribuito a rafforzare la nuova illusione collettiva, piena di imperfezioni ma finalmente in grado di trascendere le altre.

La crisi economica — ultimo grande frutto di quelle imperfezioni — sta segnando il canto del cigno dell’era delle “illusioni trascendenti”. Potremmo pensare che tutti questi incidenti di percorso, a cominciare da modelli economici evidentemente non troppo perfetti, portino le persone a elaborare razionalmente delle modifiche che permettano di procedere sulla strada dell’abbattimento delle barriere senza interromperla. Ma non è questa la natura del genere umano. I momenti di “illuminazione” accadono di solito le rare volte in cui gli esseri umani si sentono “al sicuro”, ovvero privi di minacce impellenti alla propria esistenza e liberi di poter usare le funamboliche doti del loro cervello per scopi diversi dalla coordinazione contro un “diverso”. Ma quello che questi anni hanno creato è stata soprattutto una grande senzazione di incertezza; una sensazione di paura. Il concetto di “al sicuro” è infatti qualcosa di molto relativo e fragile, soprattutto per la razza umana. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che nei circa 150.000 anni di storia della nostra specie ci siamo trovati per il 90% del tempo circa a metà della catena alimentare. Mangiavamo, ma venivamo anche spesso mangiati. Questo ha portato l’uomo ad essere naturalmente insicuro e guardingo, a credere che dietro ogni angolo e in ogni scia nel cielo ci sia un pericolo, nonostante da oltre 10 mila anni abbia conquistato saldamente la cima della classifica della catena alimentare. Ma raggiungere la cima della hit-parade può non essere sufficiente. L’evoluzione ha i suoi tempi, e ancora oggi basta poco perché popolazioni molto sicure di sé presto si ritrovino ad avere paura per la propria sorte e il proprio futuro. Perché ritornino ad avere paura di essere “mangiate”.

Alcuni inventori di illusioni collettive molto diverse fra loro

Quando la paura aumenta, viene a mancare il coraggio di provare a inventare nuove illusioni collettive, più grandi e più includenti. Quando imperversa la paura del futuro, dell’uomo nero e del complotto arcano, ci si rifugia ancora una volta, passo dopo passo, nelle illusioni che si conoscono meglio, la patria, la religione, la razza, il colore: le illusioni “cattive”. Perchè queste sanno farci sentire finalmente al sicuro. Ma ogni gruppo a cui associamo questo senso di protezione ha bisogno di un gruppo esterno, diverso e nemico, per poter esistere, che siano gli immigrati, i finanzieri di Bilderberg o i fan i Star Trek. Ogni illusione collettiva ha bisogno di una illusione collettiva uguale e contraria, ogni appartenenza ha bisogno di un diverso e di un nemico, anche se da qualche parte nell’anticamera del nostro cervello sappiamo che non esiste davvero un altro gruppo geneticamente più aggressivo, più arrogante o più stupido (a parte i francesi, ovviamente). Per sentirci al sicuro stiamo lentamente tornando ad affilare le nostre millenarie illusioni collettive, l’arma da guerra più letale che l’umanità abbia mai creato.

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